«D’improvviso un gruppo di donne cominciò a gridare: «Sciopero! Sciopero! Sciopero!».
Il caporeparto arretrò, come spaventato. Il grido diventò generale. «Sciopero! Sciopero! Sciopero!».
Rosa, turbata, vide Edvige che si sgolava. Allora prese coraggio e urlò a sua volta: «Sciopero!». Alzo anche il pugno chiuso, come se volesse sfidare il cielo»
. [Valerio Evangelisti – Il Sole dell’Avvenire: Vivere lavorando o morire combattendo]

 

L’Italia alle soglie del 1900, l’Italia delle prime fabbriche, l’Italia che inizia a reagire all’oppressione dei padroni e dei proprietari terrieri: mezzadri, braccianti, operai; lavoratori di qualsiasi genere, iniziano ad affollare le Camere del Lavoro, a dare corpo ai primi vagiti del   Partito Socialista.
L’Italia che racconta Evangelisti nel suo primo volume della trilogia operaia o almeno così piace chiamarla a chi batte queste righe: saga che, forse, lo stesso Evangelisti avrà difficolta a portare a termine.
Si potrebbe stare a scrivere per ore ed ore sul primo volume del Sole dell’Avvenire, enucleando concetti e presentando proprie chiavi di lettura su questo o quel passo o provando a paragonare le politiche ultraliberiste dei vari governi Pelloux e Di Rudinì del tempo con quelle di adesso.
La pratica non è cambiata, il paradigma del Capitale è sempre lo stesso: porre il profitto davanti alle vite delle persone.
E’ cambiato, però, il raggio d’azione del capitalismo: il suo carattere transnazionale ha mutato non poco la politica e la società stessa che avrebbe subito, a partire da quella descritta da Evangelisti, il susseguirsi di due Guerre Mondiali, la ricostruzione, il mondo separato in blocchi etc etc.

«Il liberismo professato con fervore quasi religioso da Depretis e dal suo governo impediva di imporre dazi. Veniva così importato grano americano molto meno costoso di quello prodotto in loco».

Scrivere di Vivere lavorando o morire combattendo è praticamente impossibile e sarebbe risolvibile solo con una conversazione con l’autore, magari trascrivendola a mo’ di intervista: le vicende che si intrecciano sono tante, troppe, ma la famiglia su cui l’autore pone la lente d’ingrandimento è quella di Attilio Verardi e Rosa Minguzzi e del figlioletto Canzio, chiamato il graduato garibaldino conosciuto da Attilio.
Vivere lavorando o morire combattendo, in ogni caso, è un libro che inizia in medias res fotografando la situazione della Romagna di quegli anni, ricostruendone la vita politica e la vita sociale: il contrasto fra i repubblicani e socialisti, le dannazioni di chi viveva alla giornata e per chi scendeva in strada chiedendo pane e lavoro.
I socialisti nascevano tra le lotte, dove c’era fame  e dove c’era bisogno di diritti: il primo parlamentare socialista, Andrea Costa, fondatore del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, aveva dato una spinta a quelle rivendicazioni che erano sempre più represse nel sangue.

“Alle grida strazianti e dolenti di una folla che pan domandava
il feroce monarchico Bava
gli affamati col piombo sfamò”

Le manifestazioni che venivano represse nel sangue erano ordinarie, così come le rappresaglie nei confronti degli operai che scioperavano o che erano iscritti al Partito Socialista o al Partito Operaio.
Quello  stesso Andrea Costa, in ogni caso, che era fermamente convinto dell’utilità e del funzionamento del sistema cooperativistico come sistema socialista, così come ha dichiarato lo stesso autore Evangelisti nell’ambito di un’intervista realizzata dal collettivo Clash City Workers, poi ripresa dal network Agoravox: «Le cooperative nacquero con due scopi precipui: aggiudicarsi opere pubbliche per dare lavoro ai disoccupati e, al tempo stesso, dimostrare che un’organizzazione economica di tipo socialista poteva funzionare. Con lo sviluppo del movimento sindacale e delle Leghe di resistenza, diventarono anche un’importante retrovia del conflitto di classe. Quelle di consumo facevano credito agli scioperanti, quelle di produzione assorbivano chi, per via della lotta, era senza reddito. Naturalmente il fascismo distrusse e trasfigurò queste esperienze, tuttavia, nel secondo dopoguerra, si riprese l’esperimento interrotto. Solo che la matrice di classe, fortissima agli inizi, si fece sempre più labile. Le cooperative cominciarono ad assumere forza-lavoro salariata distinta dai soci (un tempo sarebbe stata una bestemmia), e la definizione stessa di cooperativa diventò uno smilzo codicillo riguardante il reimpiego dei profitti. La mitica “Emilia rossa” è stata all’avanguardia di questa trasformazione, man mano che il PCI si convertiva al liberalismo e appoggiava un capitalismo “moderato”».
Nel libro, infatti, sono descritte le spedizioni organizzate dai socialisti, e – in particolare – quella di Ostia: nel borgo di Ostia Antica, infatti, c’è ancora il busto marmoreo dedicato ad Andrea Costa, a memoria del sacrificio di molti operai romagnoli che morirono o si ammalarono di malaria per rendere vivibili quelle zone del litorale romano.

«Molti di voi sono socialisti, altri repubblicani, non importa. Faremo vedere a tutti che un agire collettivo bene ordinato funziona meglio di ogni altro tipo di organizzazione. Qui non ci saranno capi né subordinati. I guadagni saranno suddivisi in parti uguali, con la sola differenza della qualità e della quantità del lavoro svolto. Nessuno morirà di fame, il più debole sarà aiutato dal fratello più forte»

E più le pagine scorrono, più il lettore si trova diviso fra il solidarismo e l’adesione totale ai principi che muovono l’animo puro di Attilio che finisce sempre in situazioni difficili da cui uscirà sempre più malridotto, spossato e provato.
Certo è che, come si fa, divorando le pagine di Vivere lavorando o morire combattendo, a non provare un pizzico di felicità e a non sentire dei brividi sulle braccia, lungo tutta la schiena, quando Rosa – che tanto criticava la politica – stringe il pugno come se volesse sfidare il cielo mentre le altre donne urlavano lo sciopero contro l’ennesimo sopruso del padrone della fabbrica che penalizzava con multe salatissime ogni errore delle operaie?

«Pensa, allora, alla filanda. Apparterrebbe al comune, ma sarebbe gestita da voi operaie. Sareste voi a nominare direttori e tecnici, e a cambiarli quando volete. Attualmente la famiglia Ronchi riceve l’ottanta per cento dei guadagni e vi paga venti lire a settimana, multe a parte. Un domani potreste ripartire tra voi l’intero ricavato e decidere quanto riservare ai dirigenti che avete scelto. Il padrone vero sarebbe anche in questo caso il comune, eletto da uomini e donne».

Ci si perde nelle vicende delle cooperative e della seconda spedizione greca, ci si perde nella volontà di scoprire di più sull’operato di Andrea Costa, dei pionieri-socialisti e di quel canto che, allora, stava prendendo piede e che sembra risuoni ad ogni pagina girata: Su fratelli, su compagni, su venite in fitta schiera: sulla libera bandiera splende il Sol dell’Avvenir/ Nelle pene e nell’insulto ci stringemmo in mutuo patto, la gran causa del riscatto niun di noi vorrà tradir. / Il riscatto del lavoro, dei suoi figli opra sarà: o vivremo del lavoro o pugnando si morrà.

O vivremo del lavoro. O pugnando si morrà.