Spesso dei temi di rilevanza pubblica, nei più svariati campi d’interesse, portano alla nascita di fazioni contrapposte, schieramenti che (quasi) mai riescono ad accordarsi su una tesi condivisa o condivisibile. Ciò non stupisce quando ci si riferisce ad ambiti religiosi, politici, estetici (de gustibus non disputandum); cioè quando si discute di questioni nelle quali l’applicazione del metodo scientifico non sarebbe in alcun modo dirimente.

Ma allora per quale motivo anche interrogativi o scoperte di natura scientifica sono soggetti a questo tipo di partigianeria? Come mai quando sentiamo parlare di vaccini, di riscaldamento globale di origine antropica, di OGM, di omeopatia (e tanti altri casi potrebbero essere aggiunti) il dibattito sembra uscire dalle sale dei laboratori per entrare di forza, per i toni e le argomentazioni utilizzati, nella platea del talk show, dei giornali o dei blog divisi ciecamente in pro e contro?

Alcune cause sono di matrice socio-culturale: la sfiducia, sempre più diffusa tra gli Italiani, nei confronti delle istituzioni, anche scientifiche, che si riflette nella tendenza a dubitare della cosiddetta “versione ufficiale”, la scarsa alfabetizzazione scientifica che comporta un atteggiamento dogmatico nei confronti della scienza ed un pretesa di determinismo assolutamente lontana dalla ratio alla base del metodo scientifico, in quanto procedura volta a

minimizzare bias e pregiudizi nello sperimentatore

e non a produrre verità inconfutabili. Altra causa è costituita dalla materia oggetto di discussione che quanto più è costellata di spazi inesplorati o zone d’ombra, si pensi a biologia, genetica, medicina (e altre ancora) tanto più alimenta le possibilità di tesi bizzarre, pseudoscientifiche o complottistiche. Infine anche l’atteggiamento dei comunicatori, che, in quanto appartenenti alla società, risentono, in maniera più o meno forte, delle dinamiche precedentemente descritte, comporta un’esposizione talvolta semplicistica, se non addirittura faziosa, dei diversi casi, che non aiuta alla comprensione del problema in toto.

Il rischio della disinformazione o della confusione nell’opinione pubblica non è evitato nemmeno quando si mettano direttamente a confronto le parti in causa.

L’applicazione della par condicio, intesa come «equo accesso ai mezzi di comunicazione di massa per propagandare le proprie idee», non di rado ingenera disorientamento nell’opinione pubblica, portata a pensare che non sia possibile un’idea diversa da pro o contro una certa teoria, senza, fra l’altro, sciogliere le differenze tra i “partiti” in lizza. Emblematico in questo senso il caso del confronto tra Christian Boiron, medico francese, promotore e imprenditore nel campo dell’omeopatia, e Silvio Garattini, farmacologo e direttore dell’istituto Mario Negri, nell’ultimo degli incontri su La salute tra responsabilità e ideologia organizzati dalla fondazione Corriere della Sera nel 2010. Durante la discussione si contrappongono spesso tesi scientifiche a repliche di tipo dialettico,

un oratore reclama una dimostrazione con i crismi della scienza, l’altro sostiene l’efficacia dei fatti: conciliare è impossibile, le due parti non cercano una soluzione, ma di ottenere ragione. Lo spettatore non è in condizione di costruire una propria idea, viene trascinato da spinte in buona misura emotive e ideologiche.

Quindi la pratica del balance treatment, l’ascolto delle due parti, risulta essere valida e sinonimo di professionalità nel giornalismo, ma non sempre efficace per una buona comunicazione nell’informazione scientifica, specialmente in casi in cui, come nel dibattito sopracitato, si giunge presto a toni propri dell’infotainment. Certo è che le logiche del mercato, a cui anche l’industria culturale, nel senso di Adorno, deve rispondere, impongono una comunicazione del fatto o della diatriba scientifici che non sia totalmente algida e asettica, ma l’esaltazione del conflitto a scapito dell’esposizione nel merito dei fatti nuoce alla formazione di un’opinione pubblica veramente informata e in grado di prendere o fra prendere decisioni.