Questo è un libro potente, uno di quelli che ogni tanto devi chiudere, fissare la copertina, riprendere fiato e solo dopo proseguirne la lettura. Ma non aiuta tantissimo, la copertina è nera, trasuda angoscia anche in superfice. Allora decido di rinunciare a una consigliabile rilettura, mi alzo e vengo a scrivere, tanto quello che ho da dire lo so già.

 

«Egli invece ripensava al grido dell’anima sua davanti alla porta della chiesa: ed ecco che Dio l’aveva inteso e gli mandava incontro la madre stessa per salvarlo. […] ‘Non sei tu solo che devi salvarti, figlio di Dio… pensa che non devi perdere l’anima di lei… e neppure portarle danno in questa vita.’ Egli si era piegato alquanto, ma tosto si raddrizzò come una verga d’acciaio: la madre lo aveva colpito al cuore. Sì, era vero, in tutta quell’ora di inquietudine, dopo lasciata la donna, non aveva pensato che a se solo.». [“La madre” – Grazia Deledda]

 

Questa è una storia che inizia nella notte e nella tentazione. Fuori c’è vento e silenzio, dentro agitazione e preoccupazione. È una storia cruda, diretta, sincera: c’era una volta una madre che sorprese suo figlio a rincasare tardi e che iniziò ad avere sospetti riguardo la sua morale e c’era una volta un figlio, prete, che aveva una relazione amorosa con una paesana. No, non è la storia scontata di un prete rimproverato perché va a puttane e non è la solita ramanzina bigotta a certi preti poco raccomandabili. Qui c’è il dovere della ragione, la noncuranza dell’istinto, l’incoscienza della passione, il dovere dell’obbedienza. Forse l’angoscia è tutta qui: nell’impossibilità di ridurre questa storia a una storiella. Nell’inseguibile desiderio che mi pervade durante tutta la lettura di poter credere che infondo non c’è niente di male, che può succedere, che non è giusto additare. Nella consapevolezza che se mentissi al prete, se sminuissi la serietà del suo gesto e lo giustificassi, in qualche modo mentirei a me stessa.

Non sono un prete, ma ho conosciuto quella inconciliabilità sana tra la volontà propria e l’obbedienza a Dio. Che non stupisca: anche i laici sono chiamati all’obbedienza, anzi ne hanno il dovere, e viste come sono andate poi le cose per me, mi permetto di aggiungere, il piacere. Rimando alle sedute in cerchio la condivisione della mia testimonianza, in questa sede vorrei porre l’attenzione su alcuni punti: il prete è nel peccato e deve fare una scelta, ma non sarà che da questo bivio ci sentiamo un po’ tutti provocati? Non sarà che anche per noi esiste un margine di scelta tra la disciplina e l’istinto che noi crediamo molto esteso e che invece è piccolissimo? Non sarà che quella madre che origlia, sospetta, soffre e consiglia, veglia la notte anche per noi?

Tante volte mi sono ritrovata ad interrogarmi sul mistero della filialità madre-figlio. Oggi trovo che, tra tutto ciò di cui umanamente disponiamo, sia il disegno più vicino possibile al rapporto tra Dio e l’uomo. Senza dubbio la maternità è l’unico elemento concreto i cui parametri siano talmente utili da riuscire ad interpretare un poco quelli divini. E così, a un certo punto, succede che Dio ascolti il tuo grido sconsolato e disperato e abbia pietà di te, qualunque cosa tu abbia fatto o stia per fare. E quando crede di essersi giocato già tutto con te, in quel momento, si dà una pacca in fronte perché gli viene in mente che a suo tempo ebbe un’idea eccezionale: inventò la madre, creata, se non altro, per salvarti e allora la manda a te. Il filo conduttore tra Dio e la madre si fa molto resistente in questo libro in cui, senza cadere nella retorica, si nota facilmente che la madre è il personaggio che interpreta la voce della coscienza. Coscienza intesa come quel luogo in ognuno di noi in cui Dio ha respiro. Dio parla attraverso la madre, si fa carne. L’amore paterno diventa un gesto che è un abbraccio di una madre.

Ma la consolazione non basterà se ciò che stai perdendo non è solo la tua anima. È enigmatico il modo che hanno alcuni momenti di perdizione personale di essere causa della sventura propria, certo, ma anche di quella altrui.

Quando fai del male a te stesso chiediti chi altri stai trascinando con te.

E perché lo fai senza riuscire a smettere.

Se per tuo puro capriccio o egoismo snaturato; se per quella impossibilità che senti dentro al cuore di poter fare pace con te stesso; se per una illogica incapacità di affrontare da solo un aspetto di te che ti disgusta; se per far tacere la voce dell’obbedienza a cui ficcheresti semplicemente un tovagliolo in bocca fino a che non affoghi; se per far vincere a tutti i costi quell’istinto indomato che abita le tue vene scoppiate; se perché credi non esista alcun modo per zittire nella testa quei pensieri sporchi, disonesti e proibiti; se perché ti senti contagiato dal contesto al punto di esserti convinto di aver assoluta necessità di un vezzo, di un cruccio, di una donna; se a causa dei tuoi giorni in cui non è rimasta l’ombra della ragione e invece le tue notti splendono solo alla luce della tua voluttà; se perché confondi il bisogno d’amore con quell’orrore della solitudine e con quel desiderio di dimenticare il proprio io nella carne esteriore con cui non hai mai smesso di convivere; se perché non sai riconoscere e chiudere in cella d’isolamento la parte di te che è lercia e impresentabile; se perché senti di aver speso già tutto ma questa, questa è l’ultima cosa su cui ancora non hai puntato tutto quello che hai… ecco… mio caro, stai andando giù, giù. Giù come una canzone americana da quattro soldi che risuona in uno squallido locale di periferia.
Ma non importa, sai cosa ti dico? Fallo, devi farlo. Vai a fondo. E poi tocca il fondo. Siediti sul pavimento. Stai. Perché tu non possa mai rimproverarti di non aver osato, di non aver sperato, di non aver provato.

E invece scoprirai che la tua croce bagnata del tuo sangue era solo un posto libero sulla corriera per il Paradiso. Tanto Dio viene a riprenderti, viene per toccare ancora il tuo cuore contrito e lo fa senza guanti, perché la sua misericordia è più grande, è la cosa più grande che mai entrerà nella tua testa. Quando Dio t’ha messo gli occhi addosso una volta, poi non te li toglie più. E può succedere che mandi qualcuno a ricordartelo, qualcuno a te vicino, una voce di cui tu possa fidarti come un richiamo primordiale, ombelicale.

La voce di tua madre.