Premessa, obbligatoria per i pochi che si accingono a leggere queste righe: Chi scrive non è un critico cinematografico, né un laureato in storia del cinema né ha fatto particolari studi a riguardo (anzi, è laureando in storia) e – sicuramente – ignora ogni particolare tecnica di regia e le sueo sservazioni  – nella maggior parte dei casi – possono rivelarsi tra lo sbagliato e il fallace in una qualsiasi discussione prettamente tecnica del film, qualsiasi essa sia. Sta studiando, questo sì, si sta mettendo a paro con la storia del cinema e c’è un forte interesse  a colmare sempre di più la gigantesca lacuna di cultura cinematografica che è presente non solo in chi batte queste righe, ma in una larghissima fetta della popolazione. Largo spazio alle critiche su questo testo, dunque. Servono tutte.

Ostia, 1995: un uomo corre e taglia a metà Largo dei Ravennati, quella del pontile  per i più e per gli autoctoni.
La scena iniziale di Non essere Cattivo è la stessa di Amore Tossico, eccezion fatta per i sandali di Ciopper che sbattono sull’asfalto e le musiche di Detto Mariano ma i tempi sono cambiati e anche  la scena del gelato è sostanzialmente diversa: non ci si deve più sbattere pe’ fasse no schizzo, né c’è Loredana dall’altra parte della piazza, ci sono solo Cesare e l’amico Vittorio che con sé ha nient’altro che due pasticche du playboy che di lì a poco verranno assunte dai due.
Vittorio e Cesare corrono nella notte su una Golf targata Campobasso, hanno tutti e cinque i sensi alterati dalla sostanza che hanno assunto: arrivano ad un bar dove li aspetta Viviana (la ragazza di Vittorio) e i due regolano subito i conti con – ad occhio e croce – un’altra gang.
Si comincia, praticamente, in medias res ciosì come fu per Amore Tossico: si devono trovare almeno centomilalire per un po’ di roba ma  la somma di soldi racimolati è abbastanza inferiore e Michela aveva già svoltato: poi nun venì a reclamà, Miché, che è già successo.21286-Non_essere_cattivo_5_-_Marinelli__Graia
Non c’è da svoltare, in Non essere cattivo, non c’è da mette insieme quattro lire, c’è la realtà: il punto di forza, il cazzotto che arriva dritto dritto sulla bocca dello stomaco a chi guarda la pellicola, è la vita stessa dei personaggi.
Se in Amore Tossico c’era la volontà di raccontare in ogni modo, soprattutto attraverso delle pratiche decisamente extra-legem, la vita di gruppo di tossicodipendenti, in Non essere cattivo il piano è ribaltato, cerco di spiegarmi meglio: se la percezione di chi vede e rivede (e impara a memoria) Amore Tossico è quella di un gruppo circoscritto di persone che sembra totalmente slegato dalla realtà circostante, tanto che le persone non tossicodipendenti sono solo un qualcosa con cui ci si deve venire a contatto per svoltare strappando una catenina dal collo di una signora a Tor Pignattara o simili, la forza nel film postumo di Caligari sta nel fatto che non esiste nessun confine tra il tossicodipendente e il non tossico.
Chi assume stupefacenti è lo stesso che cerca in ogni modo di uscire da quel mondo fatto di sballo e di pullman ribaltati in mezzo alla strada, quando in realtà non c’è nessuno: Guidamo con prudenza, ma guarda che non c’è nessuno o quando si percepisce il diavolo muovendo una semplice padella con dell’olio messa sul fuoco per una pasta notturna me fate concentrà su sta pasta?!.
In sala si singhiozzava, nella modesta sala del celebre cinema romano vicino l’Alberone: il macigno che cade sulla testa di tutti è la morte della nipote di Cesare morta de notte, morta co r buio, non era manco arivata mezzanotte, mancavano du minuti, proprio quando la vita dei due, nonostante i televisori, gli anticipi del capo cantiere e i conseguenti episodi poco felici con quest’ultimo, sembrava stesse prendendo una piega quantomeno accettabile: Nu lo vedi che sei fatto come na pigna?! Doman matina te vengo a prende sotto casa e annamo ar cantiere.
Poi, però, la droga torna nella vita dei due, torna anche se Vittorio aveva conosciuto una brava donna che viveva assieme al figlio Tommaso, o Tommasino, come lo chiama Vittorio, anzi l’omo che dorme co mi madre, come scriverà il ragazzo nel tema per la scuola.
Anche Cesare e Viviana cercano di uscire dalla droga ma se lei ci riesce, per Cesare è difficilissimo: fissa quell’eroina sul tavolo illuminato da una flebile lampadina, e la scena ricorda tremendamente il racconto struggente di Cesare fatto a Michela nella casa di Massimo a Centocelle quella dove le guardie vengono tre vorte ar giorno e questo attacca ‘a foto mia (sul mobile della cucina nda), quest’è matto davero, ao.
L’eroina di Cesare, però, viene sniffata, un po’ come la botta di Uma Thurman in Pulp Fiction: Cesare sniffa poco a poco, voleva provare a vedere com’era. La roba è tanta, tira di nuovo, si sente male, rintontito. Luca Marinelli è, sostanzialmente, l’interprete migliore per la parte assegnatagli: mette la sigaretta in bocca per un altro tiro, ma è evidentemente in uno stato confusionale. Sembra che baci il filtro della sigaretta, lo infila tutto tra le labbra e, con le poche forze che possiede, si mette coi gomiti sul lavandino.
Poi, però, arriva Viviana e il rammarico – per così dire – è troppo grande nel vedere Cesare in quello stato: la giostra ricomincia e la sua ragazza, che molto tempo prima stava con Vittorio come prima solo accennato, cerca di piazzargli quella roba ma lui vuole i soldi, e in quel caso sono tanti.
Forse ho raccontato troppo, forse troppo poco, ma anche se continuassi non direi nulla perché la scrittura, riguardo Non essere cattivo, è totalmente parziale: le sensazioni vano vissute e le scene viste coi propri occhi; la critica sociale, infatti, è immensa, nessuno può sfuggire al proprio destino che l’uomo stesso aiuta a scriversi da sé, deviando questo o quel comportamento, questa o quella situazione che potrebbe aiutarlo a far interrompere quel corso intrapreso.
Se tu te ricominci a fa me faccio pure io, si finisce nel baratro insieme anche se la quotidianità non lo permetterebbe: non c’è positività nella vita di tutti i giorni, sembra urlare il film di Caligari; non c’è il finale commovente.
O, forse, c’è, ma il dubbio resta: rimane la stessa incertezza di vedere l’interno del fucile a canne mozze tra le mani di Cesare.
Incertezza che si risolve troppo tardi.
E rimane, quando si esce dalla sala, quella sensazione di avere appena preso un peso da una tonnellata in piena faccia, cresce giorno dopo giorno dopo la visione del film.
E, magari, si penserà: E adesso? Chi glielo dice a Caligari che aveva messo in piedi un capolavoro? Uno di quei film che in Italia non si rifaranno davvero mai più..