Il 28 novembre del 1907 nasceva Alberto Moravia: a distanza di centonove anni, nella stessa data, viene presentata la raccolta epistolare, curata da Alessandra Grandelis, che comprende le lettere inviate dallo scrittore alla moglie: Quando verrai sarò quasi felice. Lettere a Elsa Morante 1947-1983. Ad accogliere l’evento è il Teatro Argentina, situato al centro di quella Roma che tanto spazio ha avuto nei romanzi di Moravia; nella sala adibita colpisce subito lo schermo che proietta le due polaroid raffiguranti i protagonisti: i loro sguardi sono rivolti altrove, catturati in due foto differenti, eppure così vicine. In fondo, la loro storia è questa: «storia di un disinganno» la definisce Antonio Debenedetti, figlio di Giacomo, critico e scrittore, amico della coppia. Disincanto provocato sia dal carattere di lui (antiborghese e anticonformista), che gli procurò negli anni diverse censure e un conseguente rifiuto della realtà in cui viveva; sia dalla passione di lei, spirito libero che si lasciava trasportare dai sentimenti nati per altri uomini, dei quali raccontava al marito la sera, prima di addormentarsi, seduta sul letto. La curatrice tuttavia ci tiene a sottolineare che l’epistolario non racchiude solo «una storia privata. C’è uno spaccato di quella che era la società letteraria; attraverso il loro rapporto si comprende quali fossero i rispettivi approcci alla scrittura». Moravia era uno «scrittore sociale», nei romanzi come nelle lettere: le sue parole rappresentano quella che era l’Italia degli anni del dopoguerra e del boom economico, passando per il 1968 fino al periodo più cupo e disperato del paese. Come si evince dal titolo della raccolta, la felicità è un tema centrale, il filo rosso che lega i testi dell’autore da Gli indifferenti fino agli ultimi anni: una felicità che era sì amore per la vita, ma anche consapevolezza dello stato di sconforto che opprime l’uomo, accettazione di tale situazione e rifiuto della morte, alla quale preferiva ben altri viaggi. Sullo schermo in fondo alla sala del teatro, scorrono lontane le immagini del Moravia uomo, insieme alla moglie o con gli amici, in città o in riva al mare; nel corso del suo intervento, Dacia Maraini presenta il suo vecchio compagno nella quotidianità, nella vita di tutti i giorni. «A lui non piaceva parlare di letteratura: gli interessava soprattutto ciò che accadeva. Ha tenuto duro sull’idea che il romanzo fosse un genere sociale». Non a caso la censura lo colpì duramente, non solo al tempo del fascismo, ma anche in seguito, ad opera della borghesia perbenista che tanto egli disprezzò in seguito. Una critica aspra rivolta a un modo di vivere ipocrita e vigliacco del quale rifiutava di sentirsi parte: d’altronde, quale atteggiamento è più antiborghese del rimanere insieme a una donna che insegue innumerevoli amori? Il loro rapporto era qualcosa di più, forse incomprensibile alla maggior parte di noi, ma tant’è: entrambi ci hanno lasciato dei capolavori, che non sarebbero potuti nascere da personalità banali e prevedibili. I sentimenti descritti sono quelli che ispirarono la loro scrittura, senza che questa diventasse autobiografica: l’animo sensibile, quasi leopardiano di Moravia; la leggerezza, descritta dalle parole di Calvino, della Morante, sono solo due degli ingredienti principali di questa raccolta. Gli aneddoti portati dai relatori narrano la storia di due personaggi, divenuti persone ai nostri occhi, perché troppo spesso ci si dimentica che dietro ogni fatica letteraria ci sono uomini e donne in carne, che affrontano le gioie e le difficoltà della vita. Se sia giusto o meno pubblicare documenti così intimi, non è questo luogo per discuterne; se però si accoglie questo epistolario come documento storico, non possiamo non essere d’accordo con le parole della Maraini: «Noi veniamo da lì, sono le nostre radici e di quelle ci nutriamo».

di Tania Sattin