Nel novembre scorso, la città di Roma ha vissuto un periodo in cui si sono verificati una escalation di fatti fra Torre Angela e Corcolle e che avrebbero messo alla luce la situazione fuori controllo che stava vivendo il municipio VI Molti tra quegli accadimenti, dunque, sarebbero diventati di dominio pubblico, verrebbe da dire, e pubblicati sulla stampa a carattere nazionale.
Tra notizie false fatte circolare ad hoc e clima ad esse conseguente, relative a manifestazioni contro i clandestini e proteste notturne fra Casilina e Prenestina, la situazione era talmente esplosiva da essere paragonabile ad una bomba a mano a cui era stata appena tolta la spoletta e, anziché essere gettata contro il nemico, veniva scagliata contro commilitoni dello stesso esercito.
Ciò che ne consegue è, quindi, irrazionalità, imprecisione totale nel riportare dati e fatti, convincimenti del tutto fallaci dovuti dalla circostanza e dall’immanenza della fase che si stava vivendo.
La situazione, dunque, che appare della città, agli occhi di un non-romano, è quella della completa irrazionalità  e del capovolgimento di ogni convincimento, ovvero, una città come struttura sociale positiva, sebbene disorganizzata a causa della sua grandezza.

Roma è, al momento, soggetto di un esperimento politico/sociale di azzeramento della coscienza e della cultura dell’opinione pubblica, di direzione ed instradamento del sentire collettivo su determinati temi di cui le maggiori testate giornalistiche della Capitale si rendono complici.
E’ importante tener presente, anche se forse ridondante, che a cavallo tra il 2014 e il 2015 è venuto a galla il sistema di gestione che ha cooptato Roma per anni: mafia, clientelismo e liberismo hanno interpretato il ruolo principale sul proscenio della Capitale e la risultante è stata la paralisi e la corruzione.
In altre parole, Mafia Capitale: la situazione non è affatto ordinaria, né normale, men che meno normata, benché si possa (o voglia) interpretare con strutture analitiche standard o attraverso schemi ordinari.
La questione su cui i quotidiani e su cui l’informazione ‘mainstream’ è incline a tracimare – in tutti i sensi possibili del termine – è quello dell’immigrazione, che sia tale o che sia un fenomeno da esso derivante.
Dire che la Capitale, al momento, è al centro di un esperimento politico/sociale di azzeramento della coscienza, di direzione ed instradamento del sentire collettivo su determinati temi è una provocazione che vuole attingere alla realtà della quotidianità in cui il corpo elettorale, il popolo che abita Roma più in generale, è immerso costantemente.

Riguardo i fatti di Tor Sapienza dello scorso anno, ad esempio: «Gli slogan che più erano in voga – durante le giornate di protesta – erano quelli generici e propri dell’intolleranza: “Roma ai romani”, “Basta negri” etc etc.
Andando per ‘flash’ si potrebbero così scadenzare gli avvenimenti di Via Morandi: 1) gli scontri della sera dell’11; 2) le ripetute manifestazioni contro i negri; 3) la chiusura e il “trasferimento forzoso” dei “minorenni ospitati dal Centro di prima accoglienza, collocato in una struttura che include anche uno Sprar (Servizio protezione richiedenti-asilo e rifugiati)”; 4) la Lega che accorre in difesa dei manifestanti contro i clandestini; 5) il sindaco Marino che si ricorda dell’esistenza delle periferie solo il 15 novembre 2014».
Ma la protesta cittadina fu ben alimentata dai titoli e da articoli apparsi sui due maggiori quotidiani capitolini (Il Tempo e Il Messaggero) dal momento che, secondo una prassi sempre più in voga nel giornalismo cartaceo e online, il linguaggio che era fornito e diffuso era simile a quello di una persona non informata sui fatti che tendeva – anzi – ad attirare l’attenzione su determinati concetti per tentare di far arrivare al lettore un’informazione che non era presente – magari – nell’articolo.
Seguendo, quindi, pedissequamente il precetto del direttore del ‘Giornale’ nel film ‘Sbatti il mostro in prima pagina’: il personaggio-giornalista Roveda, che aveva titolato un suo articolo di cronaca “Disperato gesto di un disoccupato, si brucia vivo padre di cinque figli”, viene totalmente stravolto dal direttore – interpretato da Gian Maria Volontè – e che sarebbe poi andato in stampa come “Drammatico suicidio di un immigrato”.
Dando una scorsa alle prime pagine del quotidiano ‘Il Tempo’ del periodo a cavallo tra settembre ed ottobre del 2014, ci si rende conto di quanto finora scritto: «Capitale Bronx – Immigrati, rom, furti e rapine, l’urlo delle periferie romane», questa la prima pagina dell’8/10/14; «Gli immigrati made in italy, ecco i numeri dell’invasione», prima pagina del 30/10/14.
E ancora, nelle pagine interne del 26 e 27 settembre dello stesso anno: «Marino trasforma i rifugiati in pariolini», «Venti milioni a nomadi e stranieri», «Capitale sott’assedio: immigrati in piazza: a Roma è tutti contro tutti».

Una sorta di modalità di traduzione della notizia per fare in modo che il lettore sia fortemente colpito e condizionato, dunque direzionato, dal linguaggio usato dal quotidiano in questione.
Tale traduzione e direzione dell’opinione pubblica accade, soprattutto, quando a recepire letteralmente tale messaggio sono gli appartenenti alle classi sociali meno abbienti che, col susseguirsi delle generazioni, si sono lasciate deliberatamente trasportare dal mare in tempesta della cosiddetta Seconda Repubblica.
La traduzione fa leva, dunque, su quel sentimento di territorialità del cittadino medio di una borgata per poi traghettarlo altrove senza fornirgli alcuno strumento – né anticorpo democratico e culturale – per affrontare tale situazione con lucidità.

La stessa cosa si è verificata nel luglio di quest’anno, momento in cui stavano avvenendo le proteste a Casale San Nicola: «Italiani clandestini – La rivolta di Roma nord contro il ghetto degli immigrati», «Siamo ospiti a casa nostra», «I nostri poveri trattati peggio dei profughi», «Mettiamo i rifugiati in galera – 56 prigioni aperte ed inutilizzate sono la soluzione al problema immigrati».
Protesta a cui, per la verità, s’è dato ampio spazio alla narrazione degli italiani dimenticati dallo Stato, come opportunamente riportato da Adriano Manna su Sinistraineuropa.it: «A uscirne distrutta, dalla realtà del contesto che fa da cornice alla vicenda, sembra essere sia la narrazione della destra nostalgica italiana dei “poveri italiani dimenticati dallo Stato”, sia quella del M5S sulla “guerra tra poveri”. Per inteso, parliamo di quartieri in cui la forza lavoro immigrata a basso costo viene usata in modo massiccio per la pulizia dei giardini e la manutenzione delle piscine. Il problema allora sorge quando l’immigrato risiede nel tuo comprensorio, superando la dimensione di semplice forza lavoro e costringendoti a fare i conti con quegli squilibri sociali di cui tu, tra i pochi fortunati, hai beneficiato e in cui ti sei riprodotto socialmente.
La destra si è prestata ad una delle narrazioni più patetiche della sua storia recente, ergendosi a difensore di quella parte di micromondo borghese che “tanti sacrifici” aveva fatto per estraniarsi fisicamente dalle contraddizioni di quello stesso sistema a cui la crisi impedisce ormai di difendere anche le “zone franche” dei ceti più abbienti.
La riscoperta della primazia degli interessi italiani si rispolvera quindi come bandiera dietro cui far confluire tutti, ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori. Ed ecco emergere nuovi direttori di orchestra, chiamati a dirigere un coro che si vorrebbe rivolgere in primis agli stati popolari delle periferie italiane, incitandoli alla battaglia contro l’invasore che minaccerebbe il benessere residuo di tutti, perché se il valore di una casa cala da 1.500.000 euro a 1.200.000 il problema riguarda tutti, ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori».

In buona sostanza, l’immissione sul mercato dell’informazione (più che semplicemente all’interno della sfera della comunicazione, sempre più assoggettata e cooptata dalle logiche dell’economia di mercato) di notizie accompagnate da un corredo di titoli ed immagini a volte decisamente fuorvianti, tendono ad inserire una distorsione volontaria – quindi una traduzione di come in realtà appare un fatto e diventa notizia – nell’immaginario collettivo delle classi popolari.
Quest’ultime sono sempre chiamate in causa più delle altre dal momento che, avendo esse perso gli strumenti per l’interpretazione del mondo e della realtà circostante a causa del mancato trasferimento degli stessi tra una generazione e l’altra, quello che ne è derivato è – sostanzialmente – un corpo elettorale al grado zero di lettura della realtà e cultura dell’interpretazione.

Tra le tante cause che sono presenti, ovviamente, c’è quella dell’emarginazione e marginalizzazione stessa delle ingenti quantità di persone da qualsiasi tipo di contatto con alcuni dei luoghi decisionali e distante dalle località metropolitane più centrali: le periferie delle capitali italiane (e delle metropoli più in generale) sono state costrette in non-luoghi in cui l’unica forma di discussione e socializzazione avviene tramite un computer od uno smartphone opportunamente connessi ad un social network.
L’esempio del quotidiano ‘Il Tempo’, tuttavia, è utile a questo, ovvero: la traduzione di un dato fatto arriva a sortire esattamente l’effetto sperato, e cioè, quello di bypassare completamente la fase intermedia della riflessione e quella avanzata dell’analisi della condizione sociale e culturale nella quale migliaia di persone vivono all’interno del contesto urbano della città di Roma.