“La fantasia! Mi ha salvato la vita. Ero un ragazzino grosso, adottato. Non avevo molti amici. Ma m’inventavo le cose. Avevo una vita immaginaria che non c’entrava niente con quella reale. E la gente del Medioevo? Quelli vedevano un solo paesino di merda per tutta la vita, i figli si beccavano un raffreddore e ci rimanevano secchi, e loro quando arrivavano a trent’anni si ritrovavano tre denti in bocca. Dovevano per forza fare qualcosa per smuovere un po’ le acque, altrimenti sarebbero crollati per la noia e la tristezza. E così Cristo veniva a cena. C’erano streghe e folletti nascosti dietro l’angolo. La gente guardava in cielo e vedeva gli angeli. E la mia idea, il mio, il mio…piano, la mia… missione è recuperare un po’ di quella roba lì. Far sì che la gente viaggi nella propria fantasia. […] La gente è annoiata. È morta! Vai in un centro commerciale e guarda le facce. Io l’ho fatto per anni: il fine settimana prendevo la macchina, andavo e mi sedevo lì a guardare le persone, cercando di capire. Cosa gli manca? Cosa gli serve? La fantasia! Abbiamo perso la capacità di inventarci le cose. Abbiamo demandato il compito all’industria dello spettacolo, e ce ne stiamo seduti in poltrona a sbavarci addosso mentre quelli lo fanno al posto nostro.”. [La fortezza – Jennifer Egan]

Non posso in alcun modo credere che la fantasia sia quella dote a dir poco divina dell’uomo che va estinguendosi col trascorrere dei decenni, con quei prodotti generati da idee fantastiche ma che snaturano la fantasia di chi li usa: la televisione, internet, i videogiochi, i social network, tutta quella virtualità che ha lasciato le nostre menti per trasferirsi nelle nostre mani e diventare possibilità, disponibilità, realtà tangibile.

L’appagamento contemporaneo che riceviamo anche senza averlo chiesto crea il disagio della mancanza di veri desideri: prima che nasca un’esigenza di qualunque tipo dentro di noi, essa ha già pronta una risposta materiale, verrebbe da dire che oggi nasce prima la risposta e che le nostre domande vi si adeguano.
Non posso in alcun modo credere di essere manipolata da suoni e visioni che non ho chiesto di avere, ma senza di cui la mia vita sarebbe totalmente diversa, forse più grigia, così come non voglio pensare che il mondo esterno sia un enorme catalogo della pubblicità pronto ad accontentarmi e a darmela vinta pur di non permettere che io abbia lo spazio e il tempo per cercare dentro di me l’autenticità di un’urgenza.
Cosa cerca veramente la gente? Se davvero può avere tutto, cosa gli manca?
Forse lo spazio per quella splendida capacità di credere come crede un bambino; forse il tempo per quell’associazione mentale di idee che crea un’immagine e poi un progetto e poi la vita; forse quel luogo dentro ognuno dove ha sede quella dote proibita che è inventarsi le cose con pochi ingredienti, di cui l’unico indispensabile è la farina del proprio sacco: la fantasia.
Ma dico quella fantasia proprio mia, proprio tua, che sei capace di pensare alla fine di un’esperienza, non di ricordare alla fine di un film e copiare per fare bene il compitino.
Con la fantasia ci si deve sporcare le mani e creare. Ciascuno è re.

È un re Howie.
Non perché abbia riscattato un castello per poterci fare un albergo, diventandone di fatto proprietario, ma per quel tesoro che ha custodito nel suo cuore e che gli permette di vedere e sperare in cose che non esistono più.
Chiuso in una grotta per diversi giorni prima di essere ritrovato, non ha fatto altro che evadere, ma con la mente, con l’immaginazione, salvando se stesso prima di essere portato fuori.
Ed è proprio quello che più ci ha fatto e ci fa soffrire che può diventare il miglior punto di forza con cui rendere ricco il mondo, per questo decide di aprire la possibilità della fantasia a chiunque lo voglia, creando un mondo parallelo, in quel castello.
La fantasia salva dalle metanfetamine, la potentissima droga che ingurgita chi non ha più la forza di immaginarsi migliore; la scrittura, che pure è una declinazione della fantasia, salva e conserva per sempre una relazione mai andata oltre poche parole, molti silenzi, troppe poche occasioni per toccarsi.
Chi ha scritto questa storia? Danny? Ray? Holly?
Oggi, con il grande successo della cinematografia e della tv giornaliera dove si può vedere veramente di tutto, è difficile leggere un libro senza farsi un film mentale che non si aggrappi disperatamente a qualcosa di concreto, ma ecco, vorrei dire che certe volte i libri sanno andare oltre, che una pellicola un po’ te la racconta ‘sta vita, ma un libro no, non ti può mentire, non riesce a nasconderti i fatti.
Un libro te lo fa vedere bene quello che succede e ti fa vedere bene anche quello che succede nel castello, il castello che è dentro ciascuno, che ciascuno deve riuscire ad abitare da signore e per farlo è d’obbligo relegare nel mastio la baronessa perfida che vi domina, avere il coraggio di essere re.
Allora questa storia è di chiunque abbia permesso alla fantasia, anche solo per un frammento di secondo, di elevarsi sulla realtà e proiettare una via di fuga da tutto ciò che opprime.
È di Danny che lotta col verme e non riesce ad accettare la vita senza cellulare e connessione ad internet, nonostante comunicare con tanta gente abbia lo stesso risultato che comunicare al vento; è di Ray che non sa scrivere ma sente il dovere di farlo; di Holly, la ragazza che insegna pur essendo nessuno, che ama senza permesso.
Perché il potere della mente è una dote da riscoprire, soprattutto se può concepire un gioco letterario impressionante come La Fortezza.