La Firenze di Lucertolo è una città in movimento che si muove di notte, camaleontica ma pur sempre rigida nella fissità delle cose che accadono e devono accadere al crepuscolo. Delitti, nefandezze, delatori che spifferano alla Polizia.

Ma chi è Lucertolo? E la Firenze delittuosa dei primi del ‘900 era poi così diversa da quella di ora?

Chi scrive ha l’ardire di mettere insieme il primo volume de L’assassinio del vicolo della luna (Rogas, 2016) con alcune canzoni di un gruppo musicale italiano che si confà alla perfezione alla narrazione pre-poliziesca del testo: i Calibro 35. Lucertolo è una creatura di Giulio Piccini, alias Jarro, che indaga su un caso nella Firenze pre-unitaria del 1830 ma è bene tener presente che questo è il primo volume del filone delle indagini di Lucertolo. La trama, in realtà, non presenta chissà quali elementi di diversità rispetto ad un’ordinaria trama di un giallo o di un volume che vede coinvolti un giudice istruttore e un ispettore di polizia che, a seguito dell’accoltellamento di un pittore nel vicolo della luna, non si persuadono del fatto che il poveraccio arrestato che passasse di lì quella notte  sia il reale colpevole. Il punto, però, non è la trama. O almeno così sembra di poter dire a chi scrive. Jarro racchiude in un primo volume tutto quello che, ancora oggi, è caratteristica peculiare di città in fieri o di  metropoli che altro non sono che ambienti spezzettati l’un l’altro che dovrebbero formare un unicum a cui non sentono minimamente d’appartenere. La notte, la povertà, la bassezza di alcune situazioni descritte nel primo volume della trilogia di Lucertolo, fanno da sfondo ad una Firenze più che mai attuale, nonostante l’età in cui si dipana la vicenda: «Una donna, tutta velata, della quale sarebbe stato difficile dire l’età avendo il volto coperto, ma che pareva giovane alle snelle movenze della persona e alla scioltezza del passo, usciva da una casa in piazza degli Amieri, traversava frettolosamente varie stridette, passava dinanzi alla Loggia del Pesce, e senza mai guardarsi a destra e sinistra, entrava in quell’argutissimo e nero varco, che si vede tutt’ora fra due gruppi di case; e si chiama Vicolo della Luna. Cotesto vicolo è così stretto che un bambino, mettendovisi nel mezzo, e allargando le braccia, può facilmente toccarne le sozze e sbonzolate pareti. La donna appena ebbe messo piede in quel luogo oscuro, su quel pavimento viscido, sempre dilagato da scolature di acqua putrida; infetto da lordure di ogni maniera, quasi provasse un sentimento di ribrezzo, stette per tornare indietro».

La vicenda dell’accoltellamento del Vicolo della Luna fa emergere una serie di elementi della Firenze fin de siècle che appaiono sovrapponibili alla realtà attuale non solo del capoluogo toscano ma anche della realtà di molte altre città italiane: i delatori si muovono silenziosi nell’ombra (quasi gaddiana) per portare le informazioni alla stazione di polizia. Le forze della giustizia, poi, iniziavano ad essere guardate con sospetto dal popolo soprattutto a causa della violenza gratuita che dispensava: «La polizia era allora temutissima. I casi di resistenza agli esecutori erano rari, direi mostruosi. Alle volte essi commettevano anche arbitrii, senza che nessuno osasse rifiatare. Di notte, suonata la campana del Bargello, cioè dopo le 11, non erano più permessi nelle strade i gruppi di tre o quattro persone; di giorno la presenza di uno o due agenti bastava a sedare qualsiasi rissa, a ridurre i riottosi all’obbedienza della legge». E ancora: «Senza bisogno di tanti arzigogoli, gli accattoni allora in città non entravano, non pullulavano, la polizia li atterriva, gli sgominava col timore, che essa incuteva, le leggi erano poche e semplici, ma serie e fatte rigorosamente eseguire, mentre oggi, in barba a tanti regolamenti, a tante pratiche e a tante prammatiche, tutto va precisamente a ritroso di quello che è prescritto».

Il legame tra potere e autorità, tra giustizia e abuso del potere stesso, dunque, è uno dei temi che – silenzioso quanto basta – s’annida tra le pagine del primo volume scritto da Jarro (non a caso s’è scelta la canzone della colonna sonora di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto). I soprusi della polizia sono tanti quanto le attività losche nella Firenze della fine del secolo, come a migliaia iniziano a spuntare le iniziative degli operai, le leghe dei socialisti: i lavoratori si riuniscono, lottano contro il potere costituito per chiedere lavoro, diritti, dignità. Alla polizia, infatti, anche nel romanzo spetta di reprimere tutto ciò: Repressione è civiltà, direbbe il celebre protagonista della pellicola citata poco sopra. Così come, allo stesso modo, si iniziano ad intravedere quelle che sono le contraddizioni delle città che si appresteranno – di lì a poco – ad essere risucchiate nell’Unità d’Italia, figlia d’un movimento ancora quasi ignoto nella maggior parte delle nuove generazioni che popolano lo stivale e sul cui dibattito s’è sempre trovato il modo di soffermarvisi poco (o anche per niente).

L’assassinio rimane – sembra – senza colpevole ma Jarro, non appena la miriade di fiumi carsici sembra venire a galla e confluire in un unico e potente estuario, depone la penna del primo volume della vicenda.