Che poi, il calcio non è mai rientrato fra i miei principali interessi: quando tutti i bambini delle elementari prima, e delle medie poi, facevano a gara per contendersi i cimeli di questo o quel campione di Roma e Lazio, io ero uno di quelli che guardava i mappamondi e conosceva a memoria le capitali europee e mondiali. Mostrando già una punta di disagio.
Poi, ad un certo momento dello scorrere del tempo, avevo deciso di diventare del Venezia, che quell’anno era forte, m non eccessivamente da competere alla pari con Roma, Lazio, Inter: il Venezia di quell’anno aveva Recoba, Maniero, Valtolina.
Nomi che, a leggerli adesso, quasi non ricordano nulla a nessuno, eccezion fatta per i primi due.
Il terzo, per la verità, forse lo ricordano più i sostenitori romanisti, nella memorabile partita contro il Perugia: Valtolina, a pochissmi secondi dalla fine, si inventa una rovesciata e sfoggia una tecnica che forse anche lui stesso non credeva d’aver mai avuto.
Insomma, il Venezia quell’anno sfiora l’Intertoto ma il successivo non sarà sfavillante: retrocessione in men che non si dica, fallimento e vari altri scandali.
In quella stagione, poi, quella disgraziata, si vendevano delle carte raffiguranti i calciatori del campionato di Serie A che spopolavano tra i preadolescenti, molto pre e poco adolescenti: nel Venezia l’unico che reggeva il passo con gli altri era Maniero, poi i vari Bettarini, Rossi, Björklund e Bressan non potevano competere minimamente.
Finiva, come al solito, che il mio Venezia veniva sbeffeggiato.
Sberleffi che si trasformarono in insulti quando Filippo Maniero e Ivone De Franceschi segnano due gol in un Pierluigi Penzo listato a lutto per la posizione della classifica dei lagunari.
La partita finisce 2 a 2 e la Roma ancora recrimina quella partita con la soave perifrasi «si nun ce stavano qui beccamorti (la maglia del Venezia quell’anno era tutta nera) ssavamo già cor quarto scudetto addosso, li mortacci loro».
La cosa del Venezia non era destinata a passare, tanto che una volta approdato al liceo, avevo conosciuto un paio di ragazzi (romanisti) che avevano accolto con grande entusiasmo il mio tifare Venezia: «na squadra de morti che pareggia co ‘a Roma de Montella. Mortacci..».
Il mio essere un bambino speciale, uno di quei disagiati già in tenera età che anziché socializzare con l’universomòndo sfogliava pagine di libri geografici e imparava capitali, usi e costumi dei più disparati paesi europei, era destinata ad essere la caratteristica fondante del mio essere: mentre solidarizzavo idealmente con San Marino e con l’Andorra, sfogliando atlanti e girando mappamondi; al liceo — invece — iniziavo a comprare ‘il manifesto’, nonostante non sapessi manco che significava averlo tra le mani.

Continuo a non capire nulla di pallone e ad ignorare le sue conseguenze che lo sport degli undici contro undici aveva sulla vita quotidiana, nonostante seguissi le partite del Venezia andando a visitarne i risultati sul Televideo.
Sì, proprio sul Televideo, usanza ormai perduta dai più.
Così, mentre i miei compagni di liceo andavano allo stadio, io la domenica sera alle 20:00 digitavo la pagina 201 del Televideo per vedere i risultati del Venezia, e quasi mai erano lusinghieri nei confronti degli arancioneroverdi.

Nel mentre, inizio a scrivere per ‘Terra’, il quotidiano ecologista che di lì a poco avrebbe chiuso i battenti, così come inizio a scrivere recensioni di libri per ‘il manifesto’: 18 anni scarsi, ancora del Venezia, nonostante la miriade di fallimenti.
La carta stampata mi assesta una serie di cazzotti che sono tuttora ben presenti, quindi scribacchio — nel frattempo — anche per qualche sito internet.
Taglio con l’accetta e vado al sodo, visto che l’essere prolisso è una mia prerogativa che non si apprezza molto, a ragione e nient’affatto a torto: a ottobre dello scorso anno (2014) decido, quasi impulsivamente, di inviare il curriculum al Corriere Laziale, che aveva conservato una memoria intatta nei miei ricordi di me bambino, come avrebbe detto Max Collini degli OfflagaDiscoPax in Sequoia, quando i più intraprendenti tra i compagni di classe ne acquistavano una fetta per controllare i risultati e le pagelle delle partite disputate nel fine settimana.

Dal Corriere arriva risposta affermativa: «dovrai seguire delle partite che ti assegnamo durante la settimana, entro Venerdì, generalmente, arriva il tutto».
Mia madre, la quale sapeva del mio essere in completo deficit di conoscenza del mondo del calcio, si era messa a ridere per tre giorni ininterrotti.
Al quarto giorno, asciugatasi le lacrime dagli occhi ed emessa ancora qualche risata strozzata da un sussulto simile ad un colpo di tosse quando si ride da troppo tempo, mi guarda e mi fa: «Tocca che ti inizi a informare seriamente, sennò ndo vai?».
E in effetti tutti i torti non ce li aveva, dato che il mio unico interesse calcistico fino a quel momento si sostanziava nell’installare Football Manager e partire dalla serie C2 o — quando si iniziavano a trovare gli editor — dalla D o dall’Eccellenza con varie squadre di varie regioni (Melfi, Aversa Normanna, Castelsardo, Nuorese, Russi di Romagna, Tempiese, ISM Gradisca d’Isonzo, Derthona, Castenaso Van Goof, Ozzanese, Pianese e — novità di quest’anno — Castelvetro), già prosecutore di quel nicchismo che mi faceva andare alla ricerca delle città meno popolate del pianeta, o di zone paludose-quelle tratteggiate fitte di blu-.
Passano i primissimi mesi e un giorno chiedo alla redazione di andare a vedere una squadra di Terza Categoria di cui avevo sentito parlare, perché costruita sul modello dell’azionariato popolare, che in Italia era (ed è) ancora un argomento conosciuto da una cerchia ristretta di persone.
La squadra in questione era l’Ardita.
Al Nicolino Usai c’ero già stato ma a vedere sempre delle partite di campionati giovanili, stavolta era diverso, così come l’approccio alla partita.
Striscioni, fumogeni, cori: clima da stadio, come giusto che sia, ma molto significativo — e abbastanza anormale — per una squadra dell’ultimo gradino della scala dei campionati Figc.
Faceva freddo e soffiava un vento pungente, nonostante il sole: i tifosi iniziano a cantare non appena le squadre entrano in campo e le voci cominciano ad intonare l’Inno Sovietico.
Poi altri canti, altre birre stappate e altre sciarpe fatte roteare al vento, quasi a scacciare il freddo che c’era.

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foto di ©Roberto Proietto

«Io vado a vedere la partita/gridando dagli spalti ‘Forza Ardita’/Ardita non mollare/sei il calcio popolare/per te la mia passione è infinita», e giù uno scroscio di mani che sbattono l’una contro l’altra così da incitare i giocatori che, se non fossero in campo, starebbero sugli spalti a sostenere gli undici titolari.

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foto di ©Roberto Proietto

«Che bello è/quando esco di casa/per andare all’Usai/a tifare l’Ardita»

Mi sarei aspettato di tutto, tranne che un tale tifo per una squadra che giocava in terza categoria: nell’immaginario collettivo o non si riserva uno spazio per la Terza Categoria, oppure lo si ha come di un paesaggio da film di Sergio Leone, con le piante di cactus che sorgono spontanee sui campi, balle di fieno prima della partita e terreni di gioco in chissà quali remote zone dell’orbe terraqueo.
La realtà è ben diversa: io, che non seguivo nulla del calcio, ho iniziato a chiedere con insistenza alla redazione di mandarmi all’Usai a vedere l’Ardita.
Ho iniziato a scrivere fiumi di parole sull’azionariato popolare, sull’FC United of Manchester, sull’Atletico San Lorenzo, sul Quartograd e il Centro Storico Lebowski.
E proprio in questo momento, tra ultimi giorni della sessione di esami e letture sparse, ho rivisto qualche video del tifo al ‘Nicolino Usai’ che gira su youtube.
E quasi, stento a dirlo, mi fa rabbia che il campionato sia terminato, certo, riprenderà a settembre, ma per ora quel manipolo di gialloneri che urlano dalla tribuna me lo riguardo ripetutamente su youtube.
In attesa della prossima stagione.