Mogadiscio, Somalia. 20 marzo 1994: Ilaria Alpi e Miran Hrovatin ricevono una telefonata da una persona che non si identifica, lasciano il loro albergo e si dirigono verso l’hotel Amana, nella parte sud della città. Nel tragitto vengono tratti in un’imboscata: due colpi alla nuca e l’esecuzione è compiuta. Nei mesi che seguirono ci furono troppe domande sul perché e troppe poche certezze se non la sola evidente: Ilaria Alpi, giovane inviata del Tg3 e Miran Hrovatin, operatore e cameramen, pagarono con la vita il caro prezzo della ricerca della verità.

Ilaria Alpi nasce il 24 maggio 1961 a Roma, dove si diploma al Liceo Lucrezio Caro, Grazie all’ottima conoscenza delle lingue arabo francese e inglese inizia a lavorare come corrispondente dal Cairo per conto di Paese Sera e de L’Unità. Quindi, dopo aver vinto una borsa di studio, viene assunta in Rai.

C’è un sogno che Ilaria non riesce a tenere chiuso in un cassetto, il sogno per il quale, raramente ma succede, il mestiere del giornalista non è solo una professione ma diventa una sorta di consapevole missione: è il sogno di verità e giustizia, quella pretesa di vivere in un paese civile che tuteli la dignità di chi lo abita, spesso anche di chi lo governa. Per questo il lavoro di Ilaria si carica del compito gravoso di sconfiggere l’oblio, attraverso l’impegno della ricerca di verità nascoste, per riconsegnare trasparenza e legalità.

L’ultimo lavoro di Ilaria risale al 5 marzo 1994, fu l’intervista al sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogor durante la quale la giornalista cercò di fare chiarezza sulla “Farax Oomar” che in quei giorni era ormeggiata in porto, le domande riguardo questo argomento furono fatali. Ilaria aveva solo dei sospetti, in 200 giorni di servizio in Somalia, la troupe del Tg3 aveva raccolto sufficienti indizi per smascherare un traffico d’armi clandestino portato avanti da due noti broker internazionali: il siriano Monzer al-Kassar e il polacco Jerzy Dembrowski. Il tutto in un territorio controllato dall’altro signore della guerra somalo, Mohammed Ali Mahdi. Un traffico, secondo quanto risulta oggi agli atti, svolto per conto della Cia e gestito dalla flotta della società Schifco, donata dalla Cooperazione italiana alla Somalia per incrementare l’industria peschiera nell’Oceano Indiano del Corno d’Africa.

Tuttavia Ilaria, intervistando Bogor, non poteva ancora sapere queste informazioni, nè che su quella nave c’erano due italiani ostaggio dei clan di Ali Mahdi tenuti come garanzia del pagamento della tangente per il traffico d’armi Usa-Italia destinato a Zagabria. Insomma ciò di cui si sospettava era un presunto traffico di rifiuti tossici e armi tra Italia, Balcani e Somalia, un giro impressionante e preoccupante di merce non legale in cui l’interesse economico e finanziario sommerge anche il più semplice principio di etica e il perbenismo resta solo una forma di apparenza da salvare. Ilaria e Miran stavano venendo a capo di tutto questo. Ma non riusciranno mai a raccontare la verità che stavano scoprendo. Perché si sa, come diceva qualcuno, che c’è un’alleanza naturale fra la verità e la sventura, l’una e l’altra sono supplicanti muti, eternamente condannati a restare senza voce.

Quella verità è stata imbavagliata da depistaggi delle indagini, come quello messo su dal Sismi che ritiene le vittime dell’omicidio colpevoli di un debito non pagato, e moventi inventati come quello del fondamentalismo islamico (“Viene ipotizzata la matrice islamica. L’azione non aveva come obiettivo specifico gli italiani, ma era diretta a ostacolare iniziative tese a realizzare servizi sul fondamentalismo” Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Alpi e Hrovatin, relazione di minoranza, febbraio 2006). C’è anche una terza pista di depistaggio alimentata dal Sismi, secondo cui l’attentato è avvenuto per sabotare i negoziati di pace in Somalia. Intanto sui corpi dei giornalisti non è stata fatta alcuna autopsia, molte delle videocassette girate in Somalia sono sparite, scomparsi i bloc notes di Ilaria, e quel che sembra più grave è che l’intervista a Bogor è evidentemente tagliata e ricucita in alcuni punti, molti minuti sono stati cancellati.
Il 22 marzo 1994 la Procura di Roma apre l’indagine, durante la quale Hashi Omar Hassan, somalo, viene condannato all’ergastolo perché riconosciuto uno dei sette componenti del commando responsabili dell’attentato. Quando nel 2006 Taormina, presidente della Commissione parlamentare, insediatasi due anni prima, definisce l’attentato un atto di delinquenza comune che ha posto tragicamente fine ad una settimana di vacanza, il processo giunge ad una fase di stallo e viene archiviato nel giungo 2007. Nel dicembre 2007, il giudice Emanuele Cersosimo riapre formalmente le indagini, troppe domande non hanno ancora trovato risposta, ad esempio: perché non è stata esaminata l’auto su cui viaggiavano Ilaria e Miran?

E oggi quanti altri punti interrogativi lampeggiano sulla testa di chi vuole verità? Che spessore ha avuto il traffico di rifiuti nella vicenda Alpi-Hrovatin? Schifco, la società di navi pescherecce italo – somale che ha una delle due sedi a Milano, era immischiata davvero in un traffico illegale di armi e potrebbe essere un mandante dell’attentato? Ma soprattutto: vale ancora la pena morire per il giornalismo, c’è ancora speranza che le cose cambino?

Dal 1995, ogni anno a Riccione si assegna il Premio Ilaria Alpi, i cui vincitori hanno avuto occasione, durante l’anno passato, di distinguersi professionalmente grazie a reportage dedicati ai temi della solidarietà e della pace, nonché per il loro impegno nel sociale. Nell’istituzione di questo Premio, viene riconosciuto e valorizzato il ponte tra ricerca della verità e impegno sociale nel raggiungimento di obiettivi di pace e concordia che hanno caratterizzato il lavoro di Ilaria. Il Premio è anche uno stimolo per un lavoro giornalistico impegnato e interessato a portare a galla realtà troppo spesso insabbiate da interessi sporchi, e a rivisitare questo mestiere in una prospettiva che abbia maggiore attenzione al territorio e al prossimo.

Oggi troppe voci nel mondo inquinano la sensibilità di ascolto ed è sempre più difficile riuscire a riconoscere una grande voce nel grande caos, spesso anche perché una voce che urla verità o che sta per farlo è destinata a diventare un grande nome, con la sua morte, come nel caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.