Spike Jonze sembra avere un piede nel futuro.
La vicenda di Theodore, interpretato da un Phoenix in forma smagliante, inizia a dare un assaggio di quello che la tecnologia presto potrebbe avere: sentimenti, emozioni, una coscienza che apprende e che si evolve autonomamente.
Theodore, fresco di separazione da una moglie scomoda che non riesce ad essere dimenticata, lavora in una compagnia dove scrive lettere intime su commissione.
Ha grande talento, eppure non può considerare reale il sentimento che infonde nei suoi scritti.
Si vede esclusivamente come un tramite tra due immagini più che tra due persone, che potrebbe conoscere da molto tempo, ma che non ha mai visto in carne ed ossa.
E dove non c’è corpo regna l’artificialità, nella quale non può risiedere verità emotiva.
Finirà per ricredersi grazie alla rivoluzionaria invenzione di un sistema operativo pensante che si relaziona all’uomo con personalità e coscienza. Inizialmente scettico, Theodore arriverà a vivere una tormentata storia d’amore con Samantha, il suo sistema operativo, interpretata dalla voce sensuale e profonda di Scarlett Joahnsson.
Her propone molti temi cari al classico cinema di fantascienza, presentati con originalità.
Questo grazie al metodo narrativo di Jonze: soggettive e primissimi piani, scelte registiche e fotografiche che conducono all’empatia con i personaggi e che ricordano un certo cinema di Malick.
Un’empatia che purtroppo a volte cade nel patetico, nel sentimentalismo stucchevole che caratterizza la poetica del regista.
Quello di Jonze è un cinema popolare, rivolto a tutti, accogliente, citazionistico, e strettamente radicato nella realtà giornaliera, in grado di rendere qualsiasi spettatore partecipe e protagonista nel perfetto stile cinematografico americano, composto in egual misura da alta qualità e capacità di arrivare al grande pubblico.
Sono accontentati anche i fieri figli di Steve Jobs che nell’aspetto hipster-nerd di Theodore, troveranno riscontro alle loro aspettative di coesistenza naturale e sentimentale con la macchina tecnologica.

Tutto è estremamente calibrato: dai tempi di montaggio alla fotografia, dalla sceneggiatura alla scenografia, per passare dalle grandi qualità attoriali dei vari personaggi per arrivare alla poetica che il film tenta di trasmettere.
La superficie del mondo raccontato da Jonze è priva di polvere, brillante, liscia come plastica, finta eppure reale, spaventosa e affascinante allo stesso tempo perché l’alienazione metropolitana appare come un problema procrastinato dalla compagnia tecnologica, che culla e trasforma gli uomini in esseri che parlano da soli, seppur rivolti ad un’entità invisibile e tecnologicamente pensante. Ad uno stile registico morbido e curato, Jonze affianca un racconto inquietante che interroga direttamente la scienza e le sue scoperte, scoprendo i nervi dell’etica e della morale. Ed è questo a spaventare: la prospettiva del futuro e l’ingenuità dell’uomo di fronte alle sue conquiste.
Il film è distribuito in Italia nella versione originale e in quelle doppiata, fin troppo audace se non, a tratti, imbarazzante. Dar voce ad un personaggio privo del corpo è oggettivamente un lavoro estremamente complesso, ma Micaela Ramazzotti, caratterista espressamente fisica, stenta enormemente. Una nota amara questa, specialmente per la scuola italiana, da sempre regina nel proporre doppiaggi che spesso accrescevano la qualità del film.
Con un finale evocativo condito dalla fede nel cavo elettrico, Jonze chiude la summa del suo pensiero futurista che da I’m Here ha contraddistinto i suoi lavori.
La sola speranza è che il futuro, anche se con delle zone d’ombra, non sia così dolce, altrimenti non sarà un virus letale o una catastrofe nucleare a distruggere la razza umana, bensì il diabete.