Faceva freddo, freddissimo: Eolo non voleva smettere di soffiare e sembrava che si divertisse a piegare gli alberi sempre di più.
Bauci ravvivava il fuoco di tanto in tanto per matenere calda quella piccola casa più simile ad un rifugio, tuttavia piuttosto accogliente.
«Quante olive sono rimaste?», chiese Bauci rivolgendosi al marito Filemone.
«Abbastanza», nella sua apparente severità mostrava un sorriso amorevole, dal giaciglio di paglia e foglie, verso colei che ama ed ha amato per una vita intera.
Avevano condiviso tutto: gioie, dolori, momenti cupi e depressioni; avevano vissuto insieme la perdita di Teofilatto, l’unico figlio caduto in battaglia.
Certo avevano pianto, ma erano sicuri che il loro figliolo, l’oplite Teofilatto, fosse morto con onore, da soldato.
Faceva freddo, quella sera, molto freddo, Filemone decise di scaldarsi un po’ le membra stanche addossandosi bene davanti al modesto focolare: non era certo zampillante di fiamme.
Quantomeno, provava a scaldarsi.
Tutt’a un tratto sentirono bussare alla porta e, insieme alle nocche che sbattevano e sul faggio, si sentì una voce di un uomo che diceva: «Buon uomo che abitate questa masseria, aprite e giustizia sarà fatta su di voi e che gli dei possano benedirvi sempre!».
A tali parole i poveri vecchi aprirono subito la porta, dal momento che conoscevano molto bene la rigidità della temperatura e soprattutto comprendevano cosa significasse patire il freddo alito di Eolo.
I viandanti erano due e cercarono subito ristoro davanti a quello che doveva essere l’unica fonte di calore della casa, quel fuocherello che poco riscaldava e che – anzi – emetteva anche una pallidissima luce ma che per quei due occhi che avevano visto arrivarsi tutto il vento della Terra contro, doveva essere un sollievo anche quello.
«Tenete, sdraiatevi pure qui» – disse sorridendo Filemone – «stendetevi sul giaciglio, mantenete i piedi dentro la tinozza, vedrete come starete caldi! Vi riprenderete subito!».
La tinozza di faggio era ben resistente all’acqua bollente e i due viandanti sembrarono molto sollevati del ristoro offertogli dal recipiente colmo fino all’orlo.
Bauci, nel frattempo, imbandiva la tavola con qualche scodella di legno piena di cibo: il tavolo era pendente da una gamba ed era stata costretta a metterci un coccio sotto uno dei tre sostegni affinché non vacillasse troppo.
La cena consisteva in olive, sia verdi che nere – per ricordare la vittoria di Minerva su Poseidone nella contesa per la sovranità dell’Attica -; fichi secchi; verdure di ogni tipo, indivia, radicchio, formaggio; uova abbrustolite grazie al tepore della cenere.
E, ovviamente, vino ed acqua.
La tenerezza di Filemone e Bauci quasi intimidiva i viandanti che si sentirono a disagio mangiando con loro allo stesso tavolo.
I loro pensieri, però, venivano intesi dai due anziani i quali, sebbene non parlassero la stessa lingua dei due, guardandosi l’un l’altro, ridevano amorevolmente e incitavano i due a mangiare, altrimenti si sarebbero freddate le uova scaldate nella cenere.
Dopo un periodo di tempo sufficientemente lungo per terminare il contenuto di una brocca e relativamente breve per accorgersene, Filemone e Bauci si erano resi conto che quello stesso contenitore da cui attingevano per bere era sempre colmo tant’è che non lo si era mai andato a riempire.
I vecchi, allora, presi dalla paura iniziarono a pregare gli dei, iniziarono a pregarli per qualsiasi cosa, anche per la povertà che avevano sempre avuto e ricevuto.
Filemone, intento a rincorrere l’oca che avevano in casa, avrebbe voluto ucciderla quando i due viandanti sarebbero finalmente usciti allo scoperto: Zeus e Ermes, infatti, si celavano sotto l’aspetto dei mendicanti.
Gli dei, quindi, toltosi il mantello che copriva loro il volto, proibirono a Filemone di uccidere l’oca e incitavano i vecchi a seguirli a piedi in cima al monte di fronte la loro casa.
Impressionati da cotale spettacolo, Filemone e Bauci rimasero ancora più basiti, mentre camminavano alla volta dell’altura, alla vista del loro tugurio che si stava trasformando in un tempio, un tempio con alte colonne di marmo bianco ed il tetto d’oro .
Zeus, dunque, con voce amichevole, una volta giunti a destinazione, chiese al vecchio di esprimere un desiderio: «Chiediamo di custodire questo tempio insieme. Abbiamo sempre vissuto insieme la nostra vita, abbiamo condiviso ogni cosa. La ricompensa più grande, sommo Zeus, è che tu ci possa rendere custodi di questo tempio. Non voglio morire senza di lei» stringendo forte a sé Bauci «voglio morire nello stesso istante in cui lei spira: non voglio poterle preparare la tomba».
E Zeus mantenne la parola e li nominò custodi del tempio.
Un giorno, dunque, mentre entrambi erano sfiancati dal lento scorrere del tempo e dal peso degli anni, Bauci vide Filemone coprirsi di fronde.
Rimasero insieme anche fino al momento in cui l’ultima fronda copriva la loro bocca e poi la loro testa.
Mentre i due, abbracciati l’un l’altro, venivano ricoperti di foglie, sussurravano entrambi al vento «addio, amore mio», finché non divennero corteccia.