“Quante volte ho ascoltato dalla bocca degli idioti frasi come io sono uno che certe situazioni non le affronta, ma le fugge, però stavano sempre lì, immobili a piangersi addosso aspettando di soccombere. Io sono scappato davvero. Da tutto. Fino a pensare che stessi cercando qualcosa. Fino a capire che non sarei andato da nessuna parte. Fino a questa finale da vincere per dire l’ultima cosa che mi resta da dire, l’unica importante, per poi lasciare che il riflettore si spenga”. [Nel vento – Emiliano Gucci]

Certe volte il gesto atletico della corsa è solo la riproduzione corporale di un movimento che avviene già nella coscienza. Quando proprio non ce la fai a stare fermo, ti devi alzare e assecondare la spinta, quel coltello che ti arriva dritto tra cuore e ombelico e non c’è modo di ignorare. Magari è uno di quei giorni, in un imprecisato momento d’autunno, in cui fuori piove e tu senti che velocemente tante gocce d’acqua bagnano la tua giacca, gli occhiali, la schiena scoperta da una maglia troppo corta, e invece stai semplicemente fissando la strada bagnarsi dietro i vetri della finestra di casa.
All’improvviso ti manca un gesto che non hai mai fatto, come il momento in cui stai per tagliare il traguardo e non puoi assolutamente voltarti indietro per guardare l’avversario altrimenti perderesti il passo, la linea bianca, la vittoria.
All’improvviso ti manca il divieto assoluto di guardarti alle spalle.
Perché l’hai sempre fatto, e adesso basta, adesso l’unica cosa che conta è quello che vedi se guardi avanti, ma non i piedi, a testa alta: l’orizzonte, la meta.

La solitudine che ti stringe i fianchi e non riesci a vincere è il vero avversario, imbattibile, indistruttibile; poi l’incapacità di fermarsi per pensare, per evitare che i ricordi si sistemino nella gola come un grido da sopprimere; poi quel bisogno di anestetizzare la mente con uno sforzo fisico che richieda riflettori, pubblico, adrenalina, agonismo.

E niente, in realtà inizia così, che un giorno tuo padre ammazza a bastonate tuo fratello e ti viene in mente che l’unica cosa da fare è correre. Gareggiare e vincere. Tutto prende senso e non ti chiedi più il perché. Quando qualche anno dopo perdi anche l’amore della tua vita, meglio che picchetti la punta delle scarpe sui blocchi di partenza e fai aderire i piedi, al pronti alzi il bacino, le dita dei piedi premono sui blocchi, le dita delle mani al suolo, senti i corpi degli avversari che fremono, la pistola spara e tu parti preciso sul tempo. Ecco, non c’è più la necessità di adattarsi alla vita, di dover tenere conto di ciò che è stato, non esiste più tuo padre, tuo padre con la voce ridicola e la coscienza sporca, non esiste più tuo fratello, tuo fratello con la testa spaccata e zuppa di sangue; non esiste più la tua testa con dentro il rumore delle sedie, della porta, dei piedi sulla neve, delle bastonate; non esiste più la tua Caterina, Caterina che giocava a fare la modella, bellissima e curiosa.

Nel vento c’è un’altra dimensione che finisce con la striscia bianca dopo cento metri, che vuoi che siano, dieci secondi. Ma in questa gara perfetta c’è la vita ridotta in flashback e ricucita col filo sottile della consapevolezza postuma. Parliamoci chiaro: non hai mai avuto la riconoscenza di un tuo gesto, di quella cosa dove c’hai messo tutto te stesso; non ti ricordi più com’è fatto il tatto di una mano che ti tocca per assicurarti che non sei solo; non sai più vedere negli occhi della gente l’entusiasmo di un incontro, di un confronto ad armi pari perché sai solo perdere, non hai mai vinto neanche uno stupido trofeo, incassato una semplice vittoria, avuto mai per sbaglio un voto più alto a scuola. Via da tutto allora, via e veloce, velocissimamente. Corri, fissa il traguardo, non ti voltare, respira di più, resisti, devi vincere. Vincere, almeno una sola fottutissima volta, devi essere il numero uno.

Se ci pensi, in una frazione di tempo così limitata, dieci secondi, è solo la velocità che conta. Perché chi corre i dieci chilometri ha una distanza da coprire e corre il più lontano possibile, ma chi corre i cento metri ha un tempo da dimenticare e corre il più veloce possibile.