“Qui davvero due giudizi e due regni stanno uno di fronte all’altro senza riuscire a giungere a compimento. Non è nemmeno chiaro chi giudichi chi, se il giudice legalmente investito del potere terreno o il giudice per scherno, che rappresenta il Regno che non è di questo mondo. È possibile, anzi, che nessuno dei due pronunci veramente un giudizio.” [Pilato e Gesù – Giorgio Agamben]

Ho la testa talmente piena di immagini di film sulla vita di Gesù che mi viene difficile figurarmi il modo in cui poterono andare davvero i fatti, com’è che si svolse storicamente il processo a Gesù. È noto che in quel tempo il prefetto della Giudea fosse un certo Ponzio Pilato, che morì nel 37 d.C e che oggi compare in tutti e quattro i vangeli, nonché nel “Credo”; martire per la Chiesa copta e santo per la Chiesa etiopica. Ma prima di tutto Pilato era un uomo, abruzzese e sposato con una certa Claudia Procula, si ipotizza. Per il resto, ben poco è noto della sua vita, senonché la scarsità di notizie al riguardo e il mistero del suo ruolo nella passione di Gesù hanno acceso la fantasia di autori e scrittori creando un corposo filone di letteratura e leggenda attorno alla sua figura. Di questa splendida vocazione a diventare personaggio se ne ricorderà Bulgakov ne Il maestro e margherita che probabilmente conosceva la leggenda nera in cui l’imperatore Tiberio crede che Gesù sia un medico capace di guarire ogni male semplicemente con le parole, effettivamente nel romanzo di Bulgakov, Pilato cerca Gesù per questioni legate alla propria salute e lo crede un grande guaritore.

Tuttavia, storicamente, ciò che più interessa è il colloquio tra le due figure che nel fronteggiarsi si polarizzano nelle posizioni di divino e umano, eterno e terreno e incuriosisce come questo incontro abbia preso proprio la forma di un giudizio processuale, la cosiddetta krisis. Nei vangeli invece è usata la parola bema, ovvero il seggio su cui siede colui che deve giudicare, detto anche tribunale. Il processo è un vero e proprio dramma teatrale, con tanto di entrate e uscite di scena, ne è nota anche la tempistica: dal mattino presto fino all’ora sesta del venerdì.

Sette scene composte alternativamente da un Fuori e da un Dentro (i momenti in cui i personaggi escono ed entrano nel pretorio) in cui si pronunciano le frasi più celebri di Pilato e le più misteriose di Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo”; “Che cos’è la verità?”. Pilato cerca di evitare fino alla fine la pronuncia di un verdetto, avrebbe addirittura fatto frustare Gesù per cercare di accontentare un popolo che continuava a chiederne la crocifissione. È questo il momento in cui Pilato presenta Gesù alla folla con il famosissimo: “Ecce Homo”, ecco l’Uomo, ecco colui che solo può definirsi tale, la personificazione della dignità, della maestosità, la regalità racchiusa in un’unica vitalità che però diventa circolare nell’incontro con l’altro. Il popolo, tuttavia, non comprende, non è pronto per farsi interlocutore del vero messaggio, ma ascolta solo la propria voce che continua a ripetere: “Crocifiggilo! Crocifiggilo!” Fin quando Pilato non si vede costretto a consegnarlo agli ebrei, che ne facciano ciò che credono.

Si deve notare che solo nell’ultima scena Pilato siede sul seggio, come se tutta la conversazione precedente non avesse valore processuale ma privato. La verità è che Pilato ha paura di condannare Gesù perché ne intravede un salvatore, se non il figlio di Dio, almeno un vero guaritore. Ma la questione del regno di Gesù resta in sospeso, anche se costituisce il motivo per cui il popolo ne chiede la condanna e, nello stesso tempo, è evidente il tentennamento di Pilato che sembra rimettere in discussione l’opposizione di una figura, presunta regale, a Cesare. Che sia davvero lui il Messia? Se pensiamo al processo in questa ottica, non sapremo mai quanta ironia o fede c’è nella scritta che Pilato aveva fatto affiggere alla Croce: “Gesù nazareno Re dei Giudei”, tantomeno nella sua stessa frase destinata a diventare storia: “Quel che ho scritto, ho scritto”, senza nessuna giustificazione.

Ciò che avviene dunque, più che un verdetto o giudizio, è una consegna. Di fatto il verbo paradidomi, per l’appunto consegnare, risulta avere attorno a sé una catena di eventi e ritorni, un lungo mosaico di avvenimenti che si ricompone nella tradizione (una consegna attraverso il tempo) della passione di Gesù. Il primo tassello è costituito dal bacio del traditore con cui Giuda consegna Gesù alle guardie, lo stesso Gesù non ne era ignaro quando disse: “Il figlio dell’uomo sarà consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno”. In questo senso il segno di Giuda non è da interpretare come un incidente, ma come una volontà universale già scritta, da compiersi nella libertà e nella volontà di un gesto. In fine Gesù, sulla Croce, consegna al Padre il suo spirito.

Il giudizio di Pilato dunque non è propriamente un giudizio, di fatti, dal punto di vista del diritto, Gesù non fu condannato ma ucciso. Vista così Pilato fu colpevole di vigliaccheria: aveva voltato le spalle a un uomo che riteneva innocente, e dunque alla giustizia, per il timore di un popolo che avrebbe potuto mettere in discussione la sua sovrana posizione, tanto che Pascoli propose di vedere la figura di Pilato, e non di Celestino V, in quel famosissimo verso, nel terzo canto dell’Inferno di Dante, che recita: “Colui che fece per viltade il gran rifiuto”.

C’è ancora un dubbio però che ha dato vita a studi diversi. Nell’ultima scena si dice che “Pilato condusse fuori Gesù e sedette sul seggio”, ma quel ekathisen (sedette sul seggio) una tradizione esegetica lo traduce come transitivo: “condusse fuori Gesù e lo fece sedere sul seggio” che tra l’altro si accorda con le narrazioni di Matteo e Marco. Che Pilato non sieda mai sul seggio invece è coerente con la sua incapacità di pronunciare un verdetto, quindi di esercitare potere. Un potere che in questa visione è tutto nelle mani di Gesù, ma è lo stesso uomo che non lo eserciterà se è vero ciò che disse: “Non giudicate, affinché non siate giudicati!”. Dio non vuole giudicare il mondo perché vuole salvarlo e giudizio e salvezza sono condannati ad escludersi a vicenda. E qui due poteri, due regni e due giudizi stanno di fronte senza possibilità di misura e aggiungerei senza un vero motivo valido per cui, alla fine, l’uomo eterno che non vuole giudicare sarà giudicato dall’uomo del tempo, costretto a giudicare. La differenza nel confronto è che Pilato è uomo e basta, ha in sé la sola natura umana e solo secondo quella deve agire; Gesù ha due volontà secondo le quali può dire insieme: “allontana da me questo calice” e “non come voglio io, ma come vuoi tu”.

La Croce è l’evidente destino di un uomo venuto per annunciare la salvezza senza giudizio, quella gratuita, quella senza meriti. È l’inconciliabilità propria tra salvezza e giudizio. È la distanza che la terra prende dal cielo. È quell’impossibilità da parte del mondo di desiderare autenticamente la salvezza, quel bisogno bulimico di giudizio terreno che toglie il fiato a Gesù.