“Allora, cosa si prova? Io ho provato sgomento. Perché, ho pensato, non è bene che una cosa che vive duri troppo a lungo, che duri oltre il tempo e l’epoca che spetta a ciascuna cosa. Ora quest’ulivo vive nel dolore, ho pensato, in un tempo che non è il suo. Ha le sue radici nella solitudine. E ho provato paura. E ho pensato ancora: non è bene che questo albero sia qui, non è affatto bene che disorienti il deserto e la sua perfetta semplicità con il disordine della sua presenza. Non sono per niente contento di averlo visto. Sbagliavo, ma non potevo saperlo.” [Il viaggiatore notturno – Maurizio Maggiani]

L’Hoggar è un posto nel deserto del Sahara in cui sederti e aspettare. L’orizzonte è una tavolozza impastata di colori caldi e l’aria è limpida tanto da farti pensare che la terra è piatta e non ci sono confini. L’occhio corre in avanti su dune, rocce e polvere dorata sottilissima, ma non arriva a vedere il primo albero, che sta a un giorno di jeep da lì. È il centro del mondo, ti siedi e aspetti le rondini.
Del resto, è il mestiere del protagonista di questo libro piccolo ma lungo, lento e dolce eppure fortissimo. Un libro che grida a voce bassa, che ti cammina dentro e non smette di chiederti dove sei, se lo stai seguendo, dove vai.

Il protagonista è un esperto di migrazioni animali che aspetta il passaggio delle rondini nella bellezza del cuore dell’Algeria, e nell’attesa si lascia contaminare dal fascino della cultura dei tagil, una tribù del popolo dei tuareg, l’ultimo popolo libero che abita alcune zone del Sahara. Gli uomini tagil, tra di loro, si chiamano alaghj che in lingua vuol dire fratello, ed è una parola molto dolce, un respiro, impronunciabile a voce alta; le donne tagil ballano per i loro uomini appena rientrati una danza molto sensuale e suonano i tamburi quando nasce un bambino, un suono profondo e morbido che imiti il battito del cuore, per dar forza al cuore appena nato. Jibril, che mi ricorda il nome di un Hadith della Sunna, è la guida saggia del gruppo di viaggiatori e cuoce il pane sulle pietre calde della brace notturna, l’odore è buonissimo, il pane non troppo. Poi c’è Tighritz, il poeta cantastorie, lui e la sua storia dell’ultimo leone dell’Hoggar, avvistato in diversi luoghi, lontani tra di loro, con ferite sempre fresche. Il leone che non voleva morire.

Attorno al fuoco, l’attesa ha in sé un desiderio molto forte di quel qualcosa che si aspetta, ma anche quel piacere di stare, restare, trattenere. Così, nel silenzio del deserto, c’è posto per i ricordi del protagonista: Ascolta, Jibril… e il nodo del libro si sgomitola in tanti fili differenti che, uno alla volta, mi legano le dita e mi accompagnano in una storia nuova, ma antica.
So di chi era il sangue sul muso dell’orsa Amapola… Amapola è un’orsa sorpresa nelle foreste della Carnia, venuta dalla Bosnia a visitare l’occidente, a trovare la pace, lontano dalla guerra. Lui aveva seguito le tracce di lei e aveva tenuto il suo muso tra le mani, delicatamente, nello stesso modo in cui teneva le rondini e poi gli aveva sparato, un sedativo.
Sono partito per la Bosnia, Jibril… in sottofondo si sentono le bombe e i fucili, sulla muta sabbia, si sente il rumore della guerra, guerra che non si dice in tagil perché si dice akhemat, battaglia: i tagil sono un popolo battagliero ma non bellicoso. I bosniaci sopravvissuti invece sono saggi. Ad un primo sguardo potrebbero apparire superficiali e frivoli perché sembrano aver dimenticato presto il massacro della guerra, ma quei baci, tanti baci, che si scambiano e si tirano tra loro, prendono il posto delle bombe. I bosniaci sono saggi perché sanno che un conflitto non si può reprimere, troncare, archiviare definitivamente, ma va trasformato, coniugato in altre forme, redento con la quotidianità.

Nel tragitto verso Tuzla ha incontrato Zingirian, camionista armeno, ferrato venditore/spacciatore di qualunque cosa fosse made in Usa. Capace di parlare per tutto il viaggio e, ovviamente, raccontare.
Ascolta, genovese… e un’altra storia si annida nella storia. Non ha più importanza dove ci troviamo, se siamo diretti in qualche luogo o stiamo fermi, il racconto ci porta lontano.
Io l’ho vista almeno un paio di volte quella donna sotto il noce al mercato. Ci puoi giurare… la Perfetta la chiama Zingirian, che per il popolo dei kubaci è l’Eletta: immacolata, vestita di stracci e bellissima. È il personaggio più misterioso e affascinante, con il suo vagare nelle terre dell’Est e l’incontro esoterico con il soldato, pagine che odorano di noce e selva nella notte.

Sono le mani del narratore che tengono unita tutta la storia, queste mani ruvide, quasi vecchie che hanno dimenticato le superfici morbide e sanno di roccia e sabbia, che toccano deserto ovunque si poggiano, eppure così sapienti e sensibili. Non fanno cadere una goccia d’acqua se fungono da bicchiere e non lasciano volare una piuma se servono da nido, forti e delicate, gli son venute così da parte di padre. Che siano rondini smarrite, le gote di Jasmina, il viso della Perfetta o il muso di Amapola, c’è un metodo talmente studiato da essere ormai naturale per tenere le cose tra le mani, con tenerezza, con un modo tutto manuale di prendersene cura. Queste mani che nel deserto hanno incontrato la meraviglia di un ulivo, del suo verde e argento, e non l’hanno creduto possibile, ma soltanto perché non sapevano ancora che la speranza ha radici profonde e lunghe come i secoli e a volte ti sorprende lì dove non l’avresti mai aspettata, lì dove solo le rondini sono attese.

Pure la scrittura, cucita nelle grandi mani di Maggiani, diventa una rondine che ha fame, fame di giustizia, e stanca, stanca delle nefandezze umane. E quando si alza in volo è già un libro che lo scrittore ha saputo accogliere, custodire e lasciar andare. Oggi vola sulle nostre teste come un’enorme punto di domanda che unisce popoli e terre lontane e viene a chiederci dov’è finita la nostra umanità.